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Elvis Presley in Concert

Sono entrato a vedere EPiC: Elvis Presley in Concert con un pregiudizio preciso: che il tardo Elvis fosse il crepuscolo di un gigante. Da tempo leggevo quella stagione come la lunga coda di una grandezza già compiuta, trascinata dentro un circuito sempre più crudele di tournée e ormai lontana da quella forma giovane, feroce, senza attrito, con cui per me coincide il primo Elvis. Gli spezzoni dei concerti dei primi anni settanta che avevo visto nel tempo mi avevano quasi sempre confermato questa impressione.

È accaduto il contrario, e quasi subito. EPiC non si offre come un’operazione commemorativa, né come un documentario nel senso più ordinario del termine, ma come immersione: uno schermo enorme, un suono di nitidezza quasi tattile e una regia che a tratti isola gli strumenti, li dispone nello spazio, li fa arrivare da dietro, dai lati, dall’alto, proprio mentre Elvis chiama, guida, trattiene e rilancia i musicisti. Più che guardare un materiale d’archivio restaurato, si ha la sensazione di essere risucchiati dentro il suo campo magnetico, sospesi fra platea, palcoscenico e retroscena.

Lì ho capito qualcosa che non pensavo di dover ancora capire. Elvis mi è apparso come la coincidenza, rarissima, di due nature che di solito si escludono: un interprete interamente al servizio della canzone e l’animale da palcoscenico più dominante che io riesca a immaginare. Non dominava la scena nonostante la sua obbedienza alla musica, ma proprio attraverso di essa; e il film, in questo, mostra con lucidità il punto in cui l’uomo e il personaggio cessano di opporsi e si fondono in una sola tensione. Quello che emerge non è soltanto un performer assoluto, ma qualcuno che ascolta, dirige, respira con la band, misura la temperatura della sala e costruisce l’energia della serata istante per istante.

Continuo a pensare che il ritmo imposto dal Colonnello Parker, il suo manager, fosse disumano: milleecento concerti in otto anni resta una cifra quasi inconcepibile. Ma una cosa è essere prigionieri di un meccanismo, altra cosa aver perso il governo della propria arte, e ciò che qui affiora è l’esatto contrario. Il controllo musicale è suo: gli arrangiamenti, la conduzione, le prove e soprattutto quella facoltà, per me sorprendente, di trattare la scaletta non come una gabbia ma come una riserva da cui attingere in tempo reale, leggendo la sala, il suo respiro, la sua eccitazione, il suo abbandono. Il tardo Elvis che immaginavo come un relitto mi è apparso invece come un musicista ancora sovrano.

Con lui cambia anche lo sguardo sulla band. Colpiscono, anzitutto, la qualità dei musicisti, la chimica che li lega a lui, il rispetto quasi fisico che sembrano tributargli; ma ancora di più colpisce la loro duttilità, la capacità di non irrigidirsi mai nella ripetizione, di piegare gli stessi brani, sera dopo sera, in forme diverse. Elvis li dirige con il corpo prima ancora che con la voce, li sprona, li trattiene, li lascia espandere, e in questa libertà vigilata anche i colori, i vestiti, l’intero sfarzo scenico di quegli show cessano di sembrarmi un eccesso kitsch e acquistano invece una freschezza quasi scandalosa.

È nei momenti in cui la musica prende tutto lo spazio che questo si fa per me inconfutabile. A quel punto smette di essere soltanto materia d’ascolto e assume la forma di un organismo. Elvis entra in una specie di estasi saturnale; ma ciò che travolge non è soltanto l’energia, è il modo in cui la governa, la scolpisce, la distribuisce, facendo di crescendo e diminuendo non un semplice effetto ma il principio motore del suono. Sprona la band quando serve, un attimo dopo la fa scendere quasi al sussurro, poi la lascia riesplodere in una festa sonora che non ha nulla di piatto, di compresso, di preconfezionato. In quei momenti non mi sembrava più di assistere a un documento riportato in vita; mi sembrava di stare dentro qualcosa che respirava e pulsava davvero, e di esserne parte.

Da qui nasce forse la nostalgia più acuta che il film mi ha lasciato addosso. Non la nostalgia ingenua per un’età dell’oro incontaminata, né l’illusione che oggi non esistano strumentisti all’altezza; semmai il rimpianto per una professionalità musicale ancora interamente esposta, condivisa, messa in gioco nello spazio di una serata, davanti a un pubblico e dentro un suono che restava umano fino all’ultimo dettaglio. I musicisti straordinari esistono ancora, forse in numero persino maggiore, ma troppo spesso ci raggiungono attraverso lo schermo di un telefono. Là, invece, erano tutti presenti nello stesso luogo e nello stesso tempo, e per due ore quella presenza ha avuto il peso concreto della vita.